
About
Genovese di nascita, concluso il percorso di studi all’Istituto d’arte per la ceramica di Faenza, frequenta un biennio di specializzazione in arte plastica. Consegue il diploma di laurea in scultura all’Accademia di Belle Arti di Bologna e, a partire dagli anni Novanta, inizia la sua attività espositiva.
Pronipote del grande matematico Gregorio Ricci Curbastro (Lugo 1853 – Bologna 1925), la cui opera ha permesso ad Albert Einstein di giungere alla teoria della relatività generale,Cristina Ricci Curbastro, da tempo, lavora su forme espressive che sembrano celare un “paradossale connubio”con le strutture elaborate dal linguaggio scientifico del celebre bisnonno, a conferma, quasi, di un “indissolubile legame” di storia e di famiglia.
Lo studio della geometria e dei volumi accompagnano da sempre la sua ricerca plastica che, accogliendo le suggestioni dell’intramontabile lezione del Bauhaus, ha trovato compimento anche nella progettazione di interni e nel design con soluzioni decisamente originali e innovative.
La sfericità delle opere di Cristina Ricci Curbastro nasconde, sotto l’apparenza giocosità della forma, sotto la levigatezza e il lucore delle superfici, il dramma della gestazione. E in questa accezione, dramma è da intendersi come qualcosa che vive nella rappresentazione,che ha bisogno di dirsi ,di porsi in atto.
Tutte le sculture sembrano sul punto di esplodere,di estromettere ciò che le riempie e, per la prima volta, introflettersi. Sono sculture che attingono e attengono al corpo generativo e primordiale. Nella sfera, la calma è apparente perché quella conclusione rotonda e immobile cela al suo interno numerose altre forme. Perché di immoto non vi e nulla,al contrario esiste un girare in tondo infinito e estenuante...
L’ opera forse più emblematica, è Gianna. A una prima, distratta occhiata, potrebbe sembrare un oggetto di design:un contenitore,un elemento che alterna convessità e concavità e che sfida con il suo precario sferico equilibrio il piano d’appoggio. Ma da vicino,l’opera è un ricamo concentrico di capsule di psicofarmaci,un vortice di dosaggi sommati e sottratti,nella matematica certa della terapia. Le domande si affastellano,si susseguono:di chi erano quelle pastiglie? Che effetto ha fatto la cura? Le risposte l’artista le dà, in quella condivisione dello spazio privato che spesso caratterizza chi fa arte: le pastiglie appartenevano ad una persona a lei cara, e la cura si è persa in un plurale ossessivo, inconcludente. Come è anomala Maternità riflessa che nasce dall’unione di materiali diversi e colori differenti:il grigio freddo e vitreo dell’alluminio e la ceramica "vellutata rossa". Una maternità al contrario, una maternità introflessa, in cui ci si specchia deformandosi.
L’insieme di ombelichi che disegnano composizioni differenti a seconda dell’allestimento rappresentano una ricerca dell’istante in cui tutto nasce. Come se la vita fosse un grande utero,perennemente fecondabile.
Cinzia Bollino 2016

Oro
Oro e Acciaio rappresentano una sorta di dittico costruito intorno all’ immagine culto dell’universo dell’artista, il cerchio, che qui esce dalla sua statica perfezione per assumere la forma dell’ovale.
Realizzati in ceramica grès smaltata in oro zecchino e platino, e impostati su basamento ligneo di quercia, celebrano una sorta di genesi del cosmo, realtà primordiale dalla quale si sviluppa la varietà degli esseri. L’uovo inteso come origine e come madre raccoglie in sé i principi del bene e del male: la vita che rompe il guscio e si espande segue inevitabilmente un proprio cammino.
Al dualismo di bene e male concorre la bicromia delle opere giocate sulla sensazione aptica del caldo (ORO) e del freddo (ACCIAIO) resa ancora più viva dalla superficie lucida e specchiante che riflette lo spettatore stesso. Possiamo allora leggere negli incavi ai basamenti l’ipotetico ombelico” che lega ogni creatura alla madre, segno tangibile di appartenenza ma nello stesso tempo di conclamato distacco e libertà.
In Maternità introflessa, un grande vaso scuro, prestato a cavità uterina e rischiarato al centro da una piccola sfera luminosa, la scultrice ripropone il tema del corpo generativo, della scintilla di vita destinata alle incessanti trasformazioni che presiedono e governano l’esistenza stessa.
Lorena Gava 2018
Cristina Ricci Curbastro è una scultrice capace di “alleggerire“ anche le tematiche più spinose e drammatiche. Una circolarità “calligrafica” sembra caratterizzare molte delle sue opere che si pongono oltre il tempo.
Pur consapevoli che l’opera d’arte non può che raccontare il suo tempo, anche se spesso si è ciechi al proprio che si va vivendo, Gianna è l’opera che si fa narrazione del sé e che costituisce il trait d’union con le altre opere (…).
Chiara Settefondi 2018

No milk
Si tratta di una scultura/installazione. Due semisfere ricoperte da uno strato gommoso nero rappresentano due grandi mammelle con i capezzoli in acciaio fatti ad imbuto e introflessi.
Guardando queste forme si ha una sensazione di morbido e si ode la ninnananna: “Ninnananna ninnao, questa bimba a chi la do, gliela do all’uomo nero che la tenga un anno intero...”, una cantilena terribile resa ancora più cruenta dall’emissione intermittente di un liquido nero (a debita distanza dallo spettatore) proveniente da un dispositivo meccanico all’interno dei capezzoli.
Il latte materno è un “latte nero”, metafora visiva e tangibile di morte, di assenza totale di nutrimento e di qualsivoglia legame affettivo positivo e stabile. L’opera documenta la ricerca espressiva dell’artista che da anni indaga la maternità in tutti i suoi aspetti, compresi quelli più tragici e inquietanti.
Lorena Gava 2020






Bersaglio 1995-1998, Bersaglio 1995-2002 e Light &Dark
Sono opere che l’artista ha realizzato durante il lockdown nella primavera 2020. Notevoli per dimensioni e precisione compositiva, confermano ancora una volta la ricerca ossessiva di Cristina Ricci Curbastro verso le forme circolari che delimitano e racchiudono uno spazio.
Il titolo Bersaglio giustifica quella sorta di perimetro magico creato dalle spire di pastiglie lucide e colorate che catturano lo sguardo. Ipnotico e magnetico come un mandala, il centro dei Bersagli” ci inghiotte attraverso l’inganno di una lente d’ingrandimento in un caso e di uno specchio nell’altro. Si tratta sempre di superfici riflettenti e deformanti che testimoniano, mediante la sensazione di vertigine percettiva, una condizione di disagio e di instabilità. L’entrare “fisicamente” nell’opera rimanda, oltre alla conclamata lezione di certa arte povera, Pistoletto in primis, a un desiderio di azione performativa e coinvolgente tanto cara alla nostra autrice e documentata anche in tanti lavori precedenti. In merito alla disposizione rigorosa e maniacale delle pastiglie in cerchi concentrici ci piace pensare all’antica tecnica musiva bizantina o alle tarsie marmoree cosmatesche fondate, queste ultime, sulla ripetizione di motivi ornamentali in cui luce e colore svolgono un ruolo fondamentale. Cristina Ricci Curbastro affida all’oro, al rosso e al nero il compito di narrare la mutevolezza degli stati d’animo e i passaggi repentini che scandiscono euforia e sconforto, eccitazione e sfiducia.
Se nell’opera “Gianna” del 2015, il ricamo di capsule alludeva alla sfericità del corpo materno, in “Bersagli” diventa piuttosto la materializzazione di un tempo ciclico che, nell’affanno, non smette di inseguire calma e equilibrio. Come i rosoni delle cattedrali gotiche si credevano dotati di un potere salvifico per le qualità taumaturgiche legate alla luce policroma, così i “Bersagli” di Cristina Ricci Curbastro incarnano il desiderio di una catarsi antica e nello stesso tempo attualissima. Una medesima funzione “terapeutica” ci pare accompagni l’opera “Light&Dark”, un totem-pastiglia che nella polarità di buio e luce vuole essere, ironicamente, una sorta di gigantesca panacea ai mali di ogni tempo e di ogni personale o collettiva condizione.
Lorena Gava 2021



